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Settembre 2004

coccinella

Cari amici,

sono appena tornata dal mio ultimo viaggio in India, e rieccomi a voi per darvi le ultime notizie dei nostri bambini. Non sono riuscita a vederli tutti personalmente, perché come sempre sono tante le cose da fare e il tempo non basta mai. Padre Joseph mi ha assicurato però che stanno tutti bene. Questa volta non sono andata sola: mi ha accompagnato Donata, una mia amica, e Alessia, mia figlia. Durante tutti questi anni di viaggi in India e di lavoro febbrile in Italia per creare e sostenere il nostro progetto, mia figlia è rimasta distaccata con una certa indifferenza e, forse, con un po’ di gelosia. Si sa: per i nostri figli, spesso, quello che diamo agli altri è qualcosa che togliamo a loro. E anche nei primi giorni che abbiamo trascorso insieme alla Smiling Children’s Home, Alessia non ha mai manifestato un proprio parere. Fino a quando, un giorno, inaspettatamente ha risposto a tutti i miei interrogativi che duravano da anni. Era seduta in veranda con un bambino in braccio e, all’improvviso, mi ha comunicato decisa: “Mamma, voglio adottare Aravind”. Come potete immaginare, la mia gioia ha acquistato la vastità del cielo. Aravind ha quattro anni, è il bambino più piccolo dell’Orfanotrofio. Non ha nessuno al mondo: la sua mamma è annegata in un canale e il papà si è impiccato. Per tutto il tempo che siamo state là, Alessia e il suo bambino sono vissuti insieme, fino al momento del distacco. Alessia lo aveva progressivamente preparato a quel momento, gli aveva assicurato che non l’avrebbe dimenticato, che a distanza gli avrebbe garantito tutto il suo appoggio, e che un giorno sarebbe tornata da lui. Ma a quanto pare le sue rassicurazioni non sono servite granché come antidoto contro la paura dell’abbandono. Aravind le si è avvinghiato e sconvolto la supplicava tra le lacrime di non andare:

“Mammy, non partire, non lasciarmi solo!”. Una reazione violenta e incontrollabile.

Niente di quello che lei gli diceva lo confortava. L’accarezzava e lo baciava, ma baci e carezze servivano solo a sottolineare la separazione e accrescere il sospetto. Che una mamma, per la seconda volta, lo stesse abbandonando. Poi si era calmato, ma ha continuato a piangere in silenzio. In quel pianto silenzioso e rassegnato ho letto il pianto disperato dell’India, della nostra India: l’India dei villaggi, dei fuori casta, della povera gente, l’India dei bambini abbandonati. Un pianto che ho sentito forte mentre stavo per lasciarli: un jumbo argentato sulla pista di decollo impaziente di iniziare la sua corsa verso il cielo. Allacciare le cinture di sicurezza. Dio, com’è difficile. Un pianto che ancora oggi, mentre vi sto scrivendo nella mia bella casa in Italia piena di ogni comodità, si agita nel mio cuore. Vorrei essere ancora là, per dire ad Aravind, e a ognuno dei nostri bambini:

“Io ci sarò sempre. Non perderò nessun passo del respiro della tua vita ! Nessun magico incantesimo della tristezza dei tuoi occhi. Nessuna malinconia, nessuna struggente nostalgia della danza del tuo canto.”

Scusate se mi sto sfogando, ma è ancora troppo aperta la ferita del distacco. Mi consola appena il fatto che durante il nostro soggiorno abbiamo realizzato cose bellissime e risolto molti problemi. Vi ricordate di Srikant, il ragazzino che mentre curavo le piaghe della scabbia dei bambini, lui che non aveva piaghe si era procurato una ferita con un sasso appuntito per farsi curare pur di poter conquistare un po’ di attenzione e di affetto? La sua mamma è morta anni fa. Ho saputo che suo padre, autista di camion, ha avuto un incidente e gli si sono rotte le gambe. Per poter sopravvivere, ha tolto Srikant dalla scuola e l’ha mandato a lavorare. Immediatamente ho deciso di assegnare al padre una piccola somma mensile per rimandare Srikant a scuola. Ma quando sono andata da lui per esporgli il mio piano ho avuto una brutta sorpresa: Sailaja, la sorella di Srikant adottata a distanza da due brave mamme di Desenzano, era incinta di nove mesi! Sailaja ha 14 anni: era una bambina allegra e piena di vita, e me la sono trovata davanti spenta e senza vita. Cos’è successo, Sailaja? Chi è stato?

A nulla sono valse le mie domande e quelle dei parenti che erano convenuti all’incontro: Sailaja non parlava, piangeva soltanto. Solo lei sapeva quello che era successo:forse aveva subito una violenza, forse era stata vittima di giochi incoscienti di ragazzi del villaggio, sicuramente olocausto inconsapevole della mancanza di una guida, di una mamma e di un papà. Forse la verità verrà a galla più tardi. Ma in quel momento non era importante sapere chi, ma come era possibile risolvere il problema. Ho rassicurato Sailaja e ho lasciato a padre Joseph una somma per sostenere i costi della degenza in ospedale per il parto. Padre Joseph mi ha telefonato proprio due giorni fa: Sailaja ha partorito un bambino con il parto cesareo, starà ancora qualche giorno in ospedale e poi verrà a vivere nella Smiling Children’s Home per riprendere gli studi. Il suo bambino verrà affidato per ora a un convento di suore, poi si vedrà. Srikant rimarrà qualche mese col padre per assisterlo, e nel prossimo giugno verrà a vivere anche lui nella Smiling Children’s Home per riprendere la scuola.

Un giorno, uscendo dalla mia camera, ho trovato ad aspettarmi una signora che chiedeva di accogliere nell’orfanotrofio il bambino che teneva per mano. Il papà e la mamma erano morti di Aids e la mamma, prima di morire, aveva affidato il bimbo a lei, sua vicina di casa. La signora ha già tre figli e fa fatica a mantenerli, così ci chiedeva di ospitare Ashok (questo è il nome del bambino orfano). Ci siamo consultati per parecchio tempo, io, la signora e padre Joseph, perché mi sembrava rischioso accogliere un bambino figlio di genitori morti per Aids. All’improvviso Ashok mi si è avvicinato e ha detto con aria triste: “Non volete che venga a vivere con voi perché avete paura che sia contagioso!”. Immediatamente ho preso una decisione: ho mandato Ashok all’ospedale per un controllo dell’HIV, che è risultato fortunatamente negativo, e ho accolto il bambino. Ogni sei mesi padre Joseph lo accompagnerà all’ospedale per ripetere i controlli. Ora Ashok vive con noi, si è ben integrato e sta piano piano recuperando energie e serenità.

I bambini che abbiamo finora adottato sono in tutto 240, di cui 103 vivono nella casa. L’anno scorso ne ospitava solo 70, ma ora si sta sviluppando la costruzione del primo piano che, anche se non ancora terminata, ci dà la possibilità di occupare degli spazi in più: abbiamo dovuto quindi integrare l’arredamento con nuove sedie e tavoli, e abbiamo acquistato una nuova bufala. Ora ne abbiamo sei. Abbiamo comprato della stoffa e una squadra di sarti ha lavorato una settimana intera per confezionare nuovi vestitini. Ho acquistato due armadi per riporre i vestiti e tutte le magliette e i calzoncini che avevamo portato noi dall’Italia e quelli che abbiamo trovato nei pacchi che avete mandato voi.

Abbiamo come al solito portato tutti i bambini al mare, e non vi dico la loro gioia. Come avevo loro promesso l’anno scorso per incitarli allo studio, ho organizzato una visita d’istruzione di due giorni per i ragazzi e le ragazze più grandi. Ad Hyderabad, la capitale dell’Andhra Pradesh, una città antica e monumentale. La prima meta è stato il forte di Golgonda, una delle più belle fortezze dell’India. Le rovine del forte risalgono al 16° secolo e si ergono sulla sommità di un colle a pochi chilometri dalla città.

I nostri ragazzi si aggiravano affascinati tra i resti della città vecchia, avviluppati da un’atmosfera che sapeva di favoloso Islam in un’India seicentesca. Abbiamo passeggiato attraverso i magnifici giardini lungo il fiume e ci siamo tuffati nel grande bazar dei braccialetti di vetro colorato. Ci siamo aggirati fra le imponenti moschee musulmane di marmo bianco e abbiamo visitato anche lo zoo, un parco divertimenti e il museo.

Per la notte ci ha ospitato nel suo convento la sorella di padre Joseph, che è suora appunto ad Hyderabad. E’ stata un’esperienza indimenticabile, che sicuramente rimarrà impressa nel cuore e nella mente dei nostri ragazzi. Un regalo che forse compenserà un poco le tragedie nascoste della loro infanzia e che, come ho detto a loro, proviene solo dall’amore e dalla generosità dei loro genitori italiani. Non ho parole per esprimervi la mia riconoscenza per tutto quello che state facendo per questi bambini.

Un abbraccio Loredana